Arti marziali

Shenfa:  Il metodo corporeo

E’ possibile immaginare le “arti marziali cinesi” come un grande contenitore, all’interno del quale si trovano pratiche spesso molto differenti tra loro. Esse sono suddivise, sulla base di alcuni criteri (come ad esempio il sistema di allenamento adottato, l’origine geografica, il tipo di qualità sviluppate, etc…) in diverse “categorie”. Si parla, ad esempio, di stili tradizionali per differenziarli da quelli moderni, o di stili interni per distinguerli da quelli esterni, così come di stili del sud e del nord. Vi è poi un’altra categoria indicata come “wushu praticato a livello popolare” che si distingue, tra le altre cose, poiché spesso fortemente influenzata da credenze e superstizioni. Ognuna di queste “categorie” presenta delle proprie caratteristiche peculiari abbastanza definite.

Senza entrare nel merito di quale di queste sia eventualmente migliore o peggiore o del perché, e tralasciando anche altri aspetti che sicuramente meritano di essere approfonditi, volevo introdurre quello che può essere forse considerato come il comune denominatore di tutte queste pratiche: il metodo corporeo, indicato in cinese dal termine shenfa 身法.

Esso consiste “semplicemente” nel modo in cui viene utilizzato il corpo, in tutte le sue parti. Un utilizzo efficiente del corpo richiede che siano rispettati alcuni principi generali, validi pressappoco per tutti gli stili, che dipendono dalla struttura anatomica (ad esempio il funzionamento delle articolazioni, così come delle fasce muscolari) e da principi specifici che variano a seconda dello stile.

Quale che sia l’arte marziale o lo stile praticato, uno degli aspetti che maggiormente differenzia il maestro dal principiante è il modo diverso e l’efficienza con cui il primo riesce ad usare il proprio corpo rispetto al secondo.

Analizzando solo questo aspetto, può definirsi maestro chi ha sviluppato un’assoluta consapevolezza e padronanza del corpo, qualità queste che si ottengono esclusivamente attraverso una corretta pratica.

Questo è un aspetto universale di tutti i vari stili, siano essi interni o esterni; sia che enfatizzino movimenti rapidi ed esplosivi, sia che professino il non utilizzo della forza fisica. Cambia il modo in cui si usa il corpo – e di conseguenza i metodi di allenamento -, ma non l’importanza di saperlo usare nel miglior modo possibile, secondo quelli che sono i requisiti dello stile praticato.

Probabilmente, è possibile individuare la parte del corpo più importante del metodo corporeo cinese nel bacino, che diviene fulcro centrale (o “timone”) di qualsiasi movimento. E’ infatti attraverso l’utilizzo consapevole del bacino che l’energia (cinetica) viene veicolata all’interno del corpo e trasformata in forza. Per questo, diventa di fondamentale importanza imparare a coordinare l’azione del bacino con quella delle altre articolazioni e dei vari gruppi muscolari. Ciò è vero a prescindere dalla “quantità” di  movimento espresso esteriormente, dalla velocità di tale movimento, quale che sia la “fonte” – presunta o reale – dell’energia.

Questa universalità di fondo dello shenfa è riscontrabile, ad esempio, in un requisito comune alla maggior parte, se non a tutti, gli stili: quello di mantenere il corpo rilassato e non contratto.

Anche negli stili che fanno maggiore uso di forza esplosiva, le tecniche sono, infatti, generalmente eseguite mantenendo il corpo rilassato fino al momento finale dell’esplosione del colpo. Questo perché è dal movimento stesso che il colpo riceve gran parte della sua energia e non, come si potrebbe pensare, dall’intensità della contrazione muscolare.

Lo stesso vale per quegli stili che enfatizzano la capacità di “prendere in prestito” la forza dell’avversario. Attraverso il movimento del bacino – coordinato al resto del corpo – la forza dell’avversario viene reindirizzata a nostro vantaggio ed usata per sbilanciarne il peso.

Sia nel primo che nel secondo caso, l’abilità che va sviluppata è quella di lasciar fluire il movimento,  ossia l’energia cinetica, attraverso il corpo. Quando si emette forza, fa jin 发劲, l’energia cinetica viene trasmessa all’avversario – o reindirizzata verso di lui –  e può essere applicata sia per eseguire una percussione (colpo con impatto), sia una spinta (rilasciando il colpo solo dopo aver stabilito un contatto con il corpo dell’avversario).
Il fa jin è però solo uno dei possibili modi di sfruttare l’energia cinetica. Vari stili, in particolare il taijiquan, hanno infatti sviluppato tutta una serie di metodi – definiti in gergo, anche se in maniera impropria, “forze” – che permettono di neutralizzare, afferrare, reindirizzare, mandare a vuoto, etc… l’energia cinetica contenuta negli attacchi dell’avversario, attivando e/o disattivando in maniera selettiva specifiche fasce muscolari (sempre senza irrigidirle). Ciò permette di modificare la posizione del proprio baricentro e di muoversi agilmente assecondando l’azione dell’avversario.

Sebbene i vari stili abbiano sviluppato differenti sistemi teorici e principi fondamentali per l’esecuzione dei movimenti, il rilassamento delle fasce muscolari (ed in particolare di quei muscoli e tendini che muovono e stabilizzano le articolazioni) è da considerarsi come un requisito valido pressoché universalmente.

Prima di cercare di esprimere forza è necessario, quindi, educare il corpo a muoversi in maniera coordinata, agile, flessibile e stabile.

Nel corso degli allenamenti sarà, perciò, importante curare – soprattutto quando si è principianti –  proprio questi aspetti, senza i quali difficilmente si riuscirà ad esprimere un buon “gongfu”.
Sfortunatamente, non sempre viene data la giusta importanza allo shenfa. Ciò comporta, come inevitabile risultato, che, nonostante l’impegno profuso negli allenamenti e malgrado i titoli di cui ci si può fregiare, si rimane solo una brutta caricatura di quello che, almeno in teoria, dovrebbe essere il nostro modello di riferimento.

Personalmente sono convinto che la vera maestria consista nella capacità di esprimere tale modello (suo dang ran 所当然, il “come dovrebbe essere”) in maniera spontanea (ziran 自然, “ciò che è di per sé”). Per far ciò è necessario assorbire e, gradualmente, perfezionare il metodo corporeo (suo yi ran 所以然, “il motivo per cui, ciò che è, è”).

La pratica non va quindi concepita come mera ripetizione distratta dei movimenti, ma bisogna viverla con la stessa attenzione e curiosità dello scienziato che conduce un esperimento in laboratorio. Solo così sarà possibile realizzare dei progressi e, magari un giorno, diventare maestri.

Senza una pratica corretta e costante non è possibile eseguire correttamente lo shenfa; senza un corretto shenfa, non si può parlare di maestria.

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