Tradizione

SOCIETÀ CINESE TRADIZIONALE E TRADIZIONE

 

Nella società cinese tradizionale culture locali fra loro assai diverse, che rappresentavano singoli villaggi o comunità di mercato, esistevano parallelamente ad altre culture che si estendevano su tutto il territorio in cui si parlava cinese ed erano rappresentate da gruppi ben distinti all’interno della società. Tali culture a carattere più o meno nazionale e uniformi, tuttavia, non godevano tutte di egual prestigio, e i gruppi sociali che a esse facevano capo occupavano gradi assai diversi nella scala sociale. I vari gruppi professionali venivano di gran lunga surclassati da una cultura universale, definita spesso con il generico termine Confucianesimo, che si identifica con il governo e con la piccola nobiltà. Erik Zurker ha chiamato questa cultura la “Tradizione Centrale”, applicando il termine “tradizioni periferiche” alle culture professionali.

[…]

Quali erano le culture professionali periferiche? Partendo come minimo dal secondo secolo d.C., possiamo ricostruire l’esistenza di una cultura medica rappresentata da medici specializzati e una cultura militare sostenuta da ufficiali professionali. Ma le culture professionali più importanti furono certamente quelle religiose – taoismo e buddhismo – con i loro monaci e preti e con le loro monumentali tradizioni scritte.

[…]

La Tradizione Centrale si proclamava valida universalmente e illimitatamente. In teoria essa forniva le risposte a tutti i quesiti significativi sull’uomo, la società e il cosmo. Di conseguenza, la Tradizione Centrale si considerava autorizzata a giudicare le altre culture – le tradizioni professionali – giacché la loro importanza era di volta in volta limitata a un unico, specifico campo dell’attività umana. La superiorità e l’autorità della Tradizione Centrale era accettata senza remore dalla cultura medica e da quella militare, ma le altre, come quella buddhista, cedettero solo dopo una lunga e significativa resistenza.

Tratto da La società cinese tradizionale, in particolare nel periodo tra gli Han e i Qing in W. IDEMA, L. HAFT, Letteratura cinese, Cafoscarina, 2000

 

“Trasmetto, non creo: credo negli antichi, li venero e, nel far ciò, oso paragonarmi al Venerabile Peng”. Stando al Lunyu 论语, così Confucio (551-479 a.C.) si sarebbe pronunciato sulla propria missione. Una missione alta, un proposito nobile. Ammettiamolo, però: pur nobili, queste parole alimentano il sospetto di una volontà strategica di celare il proprio apporto alla ri-definizione dell’oggetto da trasmettere per affermare, in realtà, ben altro. L’adeguamento ai parametri di un passato che fa da modello è, pur sempre, un miraggio. Nel “trasmettere” noi veicoliamo forme destinate a sopravvivere in un futuro che sarà, per forza di cose, diverso dall’habitat che le ha generate. Non dimentichiamo, poi, che l’ammissione del rispetto e della fedeltà nella trasmissione è lo strumento principe di una retorica auto-legittimante che si fa scudo del passato. Poiché “trasmettere” significa, pur sempre, “tradurre”, ecco che nel trasmettere si rischia di “tradire”. Addirittura, se quanto finora espresso fosse plausibile, potremmo anche affermare che non solo si rischia, ma si deve tradire. In fin dei conti, linguaggi destinati a superare i contesti che li hanno generati non possono che essere traditi. Il nostro sospetto è che il tradimento, il guasto, siano inevitabili. Ciò detto, la questione appare semplice e diretta: la trasmissione del sapere impone l’adozione – più o meno palese, più o meno decisa – di nuove forme per articolare le visioni normative dell’antichità. Nessuno può dirsi al riparo da tale patologia, tant’è che molti “tradizionalisti” e classicisti sono stati affetti da forme croniche di appropriazione del passato. Lo stesso Confucio, eretto a simulacro e paradigma di saggezza, ha rappresentato per i “confuciani” una voce che, nel tempo, si è arricchita di parole mai pronunciate, in realtà, dal personaggio storico che a quel nome rispondeva. Abbiamo ottime ragioni per credere che si è preferito associare al Maestro determinati principi dottrinali solo perché, così facendo, essi avrebbero goduto di maggiore credito.

Tratto dall’introduzione di Attilio Andreini, (a cura di), Trasmetto, non creo. Percorsi tra filologia e filosofia nella letteratura cinese classica, Cafoscarina, 2012

 

 

 

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